Comporre una fine
Primo gennaio. Ai primi freddi dello scorso settembre mi ammalo. Bronchi trachea e polmoni dolgono a ogni respiro. La febbre sale la sera e il mal di testa scoppia al mattino. Per assistermi chiamo un’infermiera che mi accompagna anche a fare la Tac e la scintigrafia polmonari. Diagnosi: enfisema. Bombardata da antibiotici, guarisco. Mi sento come un sacco svuotato, appallottolato e gettato in un angolo. Tuttavia devo far fronte ai consueti impegni e alle nuove urgenze. Devo tornare in ufficio. Devo proseguire le cure di contenimento dell’ernia: ginnastica, massaggi, applicazioni disinfiammanti e nuoto. Devo completare le cure dentistiche. Leggi La resa irrevocabile al dolore, la speranza irresistibile nella libertà - Leggi Farsi ascoltare, a ogni costo. La missione di Roberta Tatafiore, un’estremista della libertà - Leggi Suicidio programmato di una militante femminista

Primo gennaio. Ai primi freddi dello scorso settembre mi ammalo. Bronchi trachea e polmoni dolgono a ogni respiro. La febbre sale la sera e il mal di testa scoppia al mattino. Per assistermi chiamo un’infermiera che mi accompagna anche a fare la Tac e la scintigrafia polmonari. Diagnosi: enfisema. Bombardata da antibiotici, guarisco. Mi sento come un sacco svuotato, appallottolato e gettato in un angolo. Tuttavia devo far fronte ai consueti impegni e alle nuove urgenze. Devo tornare in ufficio. Devo proseguire le cure di contenimento dell’ernia: ginnastica, massaggi, applicazioni disinfiammanti e nuoto. Devo completare le cure dentistiche. Devo andare dallo psichiatra visto che si è rotto l’equilibrio psicofarmaci/psicoterapia perché ho chiuso con l’analista e ho paura di sballare con i farmaci al solito dosaggio. Devo smettere di fumare. Devo devo devo: troppe energie per troppo poco. Senza desiderio, vivacchiare alla meno peggio mi sembra di per sé ben misera prospettiva per chi ama la morte tanto quanto ama la vita. In più, da un anno e mezzo, i propositi suicidari sono tornati così potenti da infilarsi in ogni gesto, in ogni pensiero. Non ho più voglia di reggere ai loro assalti. Preferisco comporre la mia morte. In un battibaleno lascio perdere le cure di qualsiasi tipo e mi assento dal lavoro. Do un calcio ai doveri e mi concentro sui piaceri. Paradossalmente, ma non tanto, dopo sto meglio.
Comincio a familiarizzare con il suicidio come corpus letterario e scientifico e come propaggine del discorso attuale intorno alla fine della vita. Comincio a familiarizzare con il suicidio come obiettivo da realizzare senza cedere alla disperazione di un momento bensì prendendomi tutto il tempo che occorre per costruirlo a poco a poco. Per prima cosa leggo o rileggo opere di donne che, prima di uccidersi, hanno trasfigurato in poesia il gesto ultimo. Sylvia Plath, Anne Sexton, Marina Cvetaeva e Amelia Rosselli sono di grande conforto morale e intellettuale. Cvetaeva, l’unica delle quattro nata sul finire del XIX secolo, poetava con un tocco struggente, forza d’acciaio e grande autenticità nel mentre che, perseguitata dalla dittatura staliniana, spalava carbone e sbucciava patate ammuffite per sfamare i figli. Rosselli, che si è tolta la vita nel 1996 a sessantasei anni, aveva una statura morale ed estetica irraggiungibile, come “le voci” che la perseguitavano. Plath e Sexton, americane, erano amiche nell’euforia e nella depressione, si ubriacavano e si raccontavano le esperienze vissute nei ricoveri psichiatrici. Avevano nel sangue la ribellione contro quella “mistica della femminilità” che, elaborata in discorso socio-politico da Betty Friedan nel 1963, aprì la strada al secondo femminismo novecentesco. Ai tempi di Plath e Sexton doveva ancora succedere tutto, sicché i loro versi sono lo specchio della disperazione femminile coraggiosa. Le amo per la loro schietta sete di libertà, priva di quegli orpelli ideologici che hanno talmente appesantito il femminismo da imbrigliare non poche intellettuali di oggi in manierismi più o meno conformisti.
Secondo: passo giornate intere tra il tavolino del computer, gli scaffali della libreria e il grande tavolo del soggiorno rileggendo pagine di libri sottolineate più e più volte, riordinando annotazioni riposte nel computer, sparpagliando intorno carte di tutti i tipi. Praticamente lavoro, come se stessi preparando una ricerca, un libro, un articolo particolarmente impegnativo. Terzo: leggo libri di psicologi e psichiatri contemporanei alle prese con il fenomeno della morte volontaria. Infine, seguo con più attenzione del solito dalla stampa quotidiana quella lotta senza quartiere che si gioca ovunque in occidente, ma in Italia in modo peculiare, per il controllo della morte. Le domande a cui si tenta di rispondere sono antiche quanto il mondo, seppure attualizzate dai mutamenti sociali e antropologici in corso: a chi appartiene la vita, unico dono elargito agli umani ma che gli umani non possono però rifiutare? Alla società? A Dio? A se stessi? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli suggerisce la coscienza. Tuttavia non escludo a priori l’esistenza di un luogo/non luogo che precede la vita, l’accompagna e le va oltre. (…) Immagino il prima e il dopo la vita, le vite, come lo spazio della genealogia e del legame spirituale tra gli esseri umani.
Nei mesi, che definirei propedeutici alla scrittura, a tratti mi sento calma e appagata, a tratti piango, a tratti mi incastro nelle infinite questioni irrisolte che mi porto dentro. Quando succede la mente corre così veloce da scaraventarmi da tutte le parti. Diventa, la testa che regge la mente, co-me quella di Pierre Bezukhov di “Guerra e Pace”, quando decide di farla finita con la bella moglie che non lo ama e lascia Mosca per San Pietroburgo. Così Tolstoj descrive il suo stato alterato: “Come se nella sua testa si fosse storta la vite principale su cui era imperniata tutta la sua esistenza. La vite non penetrava e non usciva fuori, ma girava senza far presa su nulla, sempre nello stesso foro, ed era impossibile farla smettere di girare”. Anche la mia vita-vite non smette di girare. Né potrebbe. Prepararsi alla morte per propria mano vuol dire lasciare la terra solida sotto i piedi e immergersi in un grande mare senza appoggi, ondeggiando tra l’esistere e il dissolversi, lasciandosi andare all’agonia dell’anima.
Ma, via via che i giorni passano, mi rendo conto che non è possibile raggiungere l’obiettivo del suicidio senza operare tagli consistenti all’economia quotidiana: ho bisogno di creare intorno a me quanto più vuoto sia possibile. Per realizzare questo enorme cambiamento comincio a dire bugie. Mento in ufficio dicendo che, per ragioni di salute, ho bisogno di starmene a casa per un due tre mesi, promettendo però che dopo ritornerò. Mento ad amiche amici sorelle, spacciando per vere inesistenti trasferte lavorative per distoglierli dal cercarmi. Da quel momento le bugie diventano un usbergo protettivo, anzi un giubbotto antiproiettile contro il fuoco amico di quanti possono, con le migliori intenzioni, minacciare la concentrazione di cui ho bisogno. Sulle prime indosso il giubbotto con parsimonia, mantenendo saltuari rapporti e accorgendomi che – per un tempo limitato – riesco a reggere perfettamente la scissione tra la parte di me assente e respingente e quella presente e disponibile. Del resto: la scissione mi appartiene. Sono abituata a nascondere sotto il tappeto, come spazzatura, quelle fragilità e debolezze che minacciano i miei rapporti nel mondo. Poco prima di Natale mi rendo conto che la morte è pronta ma la scrittura mi trattiene: è ancora in uno stato embrionale. Per superare questo ostacolo, ho bisogno di isolarmi in maniera ancora più marcata. Sciolgo quindi l’ormeggio dell’ultima scialuppa di collegamento con i commerci sociali: la collaborazione con il Secolo d’Italia per il tramite della rubrica bisettimanale “Thelma & Louise”. (…) Succede però che quando telefono a Flavia Perina per avvertirla, il mio e il suo dispiacere fanno corto circuito. Mi impappino e per cavarmi d’impaccio mi invento lì per lì una bugia grossa come un cocomero. Dico a Flavia che devo recarmi a Zurigo per un lavoro di lunga durata in televisione. Improvviso, basandomi sulle prime immagini che mi passano per la testa: della Svizzera, paese amato, dove ho trascorso lunghi periodi molto belli assieme a carissime amiche; di Zurigo, città splendida, rivisitata recentemente; della tv svizzera dove, anni fa, ho effettivamente lavorato. Funziona. Poi scrivo l’ultima rubrica intitolata “A Natale si gira il film della propria vita”. Piangendo. (…)
15 gennaio. Malgrado l’apartheid in cui sono confinata, riesco ancora a scaldarmi se mi capita sotto gli occhi una notizia di stupidità umana. Dal Tg2 apprendo che mesi fa l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti ha raccolto soldi per far apparire sui bus londinesi questa pubblicità: “Probabilmente non c’è alcun Dio. Ora smettila di preoccuparti e goditi la vita”. Ora gli atei associati catalani li imitano e, mi pare di capire, vogliono prendere la stessa iniziativa anche gli atei italiani. Sbeffeggiare le credenze religiose in quanto bugiarde è ormai fin troppo facile. E sparare mortaretti supposti essere palle di cannone contro tali credenze, è ridicolo. Gli inventori della pubblicità antifede contrabbandano, infatti, la capacità di godersi come conseguenza della negazione di Dio. Ma quando mai! Ci sono non credenti infelicissimi e credenti felici e persino gaudenti. E naturalmente viceversa. Inoltre il bisogno di un Dio è insito nell’umanità, altrimenti non si capisce perché la stragrande maggioranza degli esseri umani è sensibile a una qualche forma di religione e a dare consenso alle sue proiezioni terrene. I neuroscienziati, che studiano il cervello con strumenti e metodi innovativi, affermano che anche il bisogno di Dio si può comprendere in modo nuovo. (…) Ma per quanto le neuroscienze aprano enormi spazi di conoscenza, mai potranno decretare d’ufficio l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Come che sia, massimo è il pessimismo sull’evoluzione spirituale di un’umanità che non riesce a pensarsi libera se non per negazione/affermazione. Abbasso Dio, viva la Dea Ragione.
Sembra che gli atei riuniti in consorteria, con le loro trovate propagandistiche, ricalchino le orme di Aleksej Kirillov, personaggio marginale ma non poco significativo dei Demoni (prego: accento sulla o) di Fëdor M. Dostoevskij, un romanzo persino ironico, persino spiritoso nel raccontare le gesta di una banda di assassini protorivoluzionari nella Russia degli zar. Kirillov, che parla pochissimo, cammina su e giù nella catapecchia dove abita e non ride mai, vive con la prospettiva del suicidio allo scopo di dimostrare l’inesistenza di Dio. Ma rimanda tutti i giorni. Quando il capobanda, il cinico che più cinico non si può Stavrogin, lo obbliga ad autodenunciarsi per un delitto da altri commesso e poi a uccidersi per intorpidire le acque delle indagini, Kirillov, da buon ateo con l’elmetto in testa, esegue. Ecco: gli autori della pubblicità contro Dio, sono atei con l’elmetto. (…)
26 marzo. (…) Mi piacerebbe morire con alcune persone che amo intorno. Come il cicciottello delle “Invasioni barbariche” triste e impaurito al momento dell’iniezione letale somministrata dall’esperta in droga e in compassione, capace di trovare le parole buone e giuste per consolarlo: “Pensa che in questo momento, in tutto il mondo, milioni di persone stanno morendo assieme a te”. Sarebbe bello se potessi godere di una messa in scena analoga. Ma non è possibile perché il suicidio esistenziale non crea tra il morente e i sopravviventi quei legami reali (buoni o cattivi, accettati o subiti, maledetti o benedetti – non importa) consolidati da secoli e secoli di significazioni. Non dà spazio, come la morte volontaria per malattia o vecchiaia, a forme di coralità.
Le significazioni della morte per suicidio esistenziale vogliono che essa, già prima di darsi, faccia terra bruciata intorno, spogli il suicida dei legami reali e li sostituisca con fantasie e fantasmi sui medesimi. Lo stesso meccanismo fantasmatico coglie gli amici e i parenti del suicida, ma in maniera asincrona: non prima ma a suicidio compiuto.
Fantastico spesso, e arrovellandomi, su come potrei avvertire le persone alle quali vorrei risparmiare per lo meno lo choc conseguente alla scoperta del cadavere. Vorrei parlare con loro, spiegare, magari soffrendo insieme ma per guadagnare insieme conforto. E’ impossibile. Non c’è una significazione consolidata per poter agire quello che intendo. M’impaurisce la reazione che potrebbe avere questa o quella persona, mi terrorizza il ginepraio di parole sbagliate che potrebbero essere messe in circolo, peggiorando per tutti la situazione. Ho paura, una maledetta paura e taccio. Anche se lascio andare le fantasie fin dove vogliono, ché altrimenti potrei andare fuori di testa. Il fatto è che sono troppo consapevole, troppo esigente, troppo veemente. Mi viene in soccorso l’amato Seneca, il quale – vado a memoria – scriveva all’amico Lucilio di ammettere il suicidio ma solo se la propria vita è diventata di qualità così bassa da non permettere di “esercitare la virtù”. Ecco, vorrei esercitare la virtù anche in articulo mortis. Ma è un ossimoro: ho deciso di togliermi la vita proprio perché non potevo più esercitare la virtù.
30 marzo. Dice l’amica-che-sa: “Non lo fare”. La capisco: oggi è l’ultimo giorno in cui ci incontriamo, e da questo momento in poi l’attesa sarà un’agonia, più per lei che per me. Io l’ho messa in conto, e sono già da un’altra parte. Qualsiasi cosa dico aumento il suo dolore. Le esprimo gratitudine per quello che ha fatto e sta facendo per me, ma sbaglio. La faccio soffrire di più. Quando va via ci abbracciamo forte; le dico che la saluto dalla finestra, quella che affaccia sulla strada. Le sue ultime parole sono: “Anche mia madre mi salutava così”. Le nostre madri, sono sicura, ci aiuteranno.
Comincio a familiarizzare con il suicidio come corpus letterario e scientifico e come propaggine del discorso attuale intorno alla fine della vita. Comincio a familiarizzare con il suicidio come obiettivo da realizzare senza cedere alla disperazione di un momento bensì prendendomi tutto il tempo che occorre per costruirlo a poco a poco. Per prima cosa leggo o rileggo opere di donne che, prima di uccidersi, hanno trasfigurato in poesia il gesto ultimo. Sylvia Plath, Anne Sexton, Marina Cvetaeva e Amelia Rosselli sono di grande conforto morale e intellettuale. Cvetaeva, l’unica delle quattro nata sul finire del XIX secolo, poetava con un tocco struggente, forza d’acciaio e grande autenticità nel mentre che, perseguitata dalla dittatura staliniana, spalava carbone e sbucciava patate ammuffite per sfamare i figli. Rosselli, che si è tolta la vita nel 1996 a sessantasei anni, aveva una statura morale ed estetica irraggiungibile, come “le voci” che la perseguitavano. Plath e Sexton, americane, erano amiche nell’euforia e nella depressione, si ubriacavano e si raccontavano le esperienze vissute nei ricoveri psichiatrici. Avevano nel sangue la ribellione contro quella “mistica della femminilità” che, elaborata in discorso socio-politico da Betty Friedan nel 1963, aprì la strada al secondo femminismo novecentesco. Ai tempi di Plath e Sexton doveva ancora succedere tutto, sicché i loro versi sono lo specchio della disperazione femminile coraggiosa. Le amo per la loro schietta sete di libertà, priva di quegli orpelli ideologici che hanno talmente appesantito il femminismo da imbrigliare non poche intellettuali di oggi in manierismi più o meno conformisti.
Secondo: passo giornate intere tra il tavolino del computer, gli scaffali della libreria e il grande tavolo del soggiorno rileggendo pagine di libri sottolineate più e più volte, riordinando annotazioni riposte nel computer, sparpagliando intorno carte di tutti i tipi. Praticamente lavoro, come se stessi preparando una ricerca, un libro, un articolo particolarmente impegnativo. Terzo: leggo libri di psicologi e psichiatri contemporanei alle prese con il fenomeno della morte volontaria. Infine, seguo con più attenzione del solito dalla stampa quotidiana quella lotta senza quartiere che si gioca ovunque in occidente, ma in Italia in modo peculiare, per il controllo della morte. Le domande a cui si tenta di rispondere sono antiche quanto il mondo, seppure attualizzate dai mutamenti sociali e antropologici in corso: a chi appartiene la vita, unico dono elargito agli umani ma che gli umani non possono però rifiutare? Alla società? A Dio? A se stessi? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli suggerisce la coscienza. Tuttavia non escludo a priori l’esistenza di un luogo/non luogo che precede la vita, l’accompagna e le va oltre. (…) Immagino il prima e il dopo la vita, le vite, come lo spazio della genealogia e del legame spirituale tra gli esseri umani.
Nei mesi, che definirei propedeutici alla scrittura, a tratti mi sento calma e appagata, a tratti piango, a tratti mi incastro nelle infinite questioni irrisolte che mi porto dentro. Quando succede la mente corre così veloce da scaraventarmi da tutte le parti. Diventa, la testa che regge la mente, co-me quella di Pierre Bezukhov di “Guerra e Pace”, quando decide di farla finita con la bella moglie che non lo ama e lascia Mosca per San Pietroburgo. Così Tolstoj descrive il suo stato alterato: “Come se nella sua testa si fosse storta la vite principale su cui era imperniata tutta la sua esistenza. La vite non penetrava e non usciva fuori, ma girava senza far presa su nulla, sempre nello stesso foro, ed era impossibile farla smettere di girare”. Anche la mia vita-vite non smette di girare. Né potrebbe. Prepararsi alla morte per propria mano vuol dire lasciare la terra solida sotto i piedi e immergersi in un grande mare senza appoggi, ondeggiando tra l’esistere e il dissolversi, lasciandosi andare all’agonia dell’anima.
Ma, via via che i giorni passano, mi rendo conto che non è possibile raggiungere l’obiettivo del suicidio senza operare tagli consistenti all’economia quotidiana: ho bisogno di creare intorno a me quanto più vuoto sia possibile. Per realizzare questo enorme cambiamento comincio a dire bugie. Mento in ufficio dicendo che, per ragioni di salute, ho bisogno di starmene a casa per un due tre mesi, promettendo però che dopo ritornerò. Mento ad amiche amici sorelle, spacciando per vere inesistenti trasferte lavorative per distoglierli dal cercarmi. Da quel momento le bugie diventano un usbergo protettivo, anzi un giubbotto antiproiettile contro il fuoco amico di quanti possono, con le migliori intenzioni, minacciare la concentrazione di cui ho bisogno. Sulle prime indosso il giubbotto con parsimonia, mantenendo saltuari rapporti e accorgendomi che – per un tempo limitato – riesco a reggere perfettamente la scissione tra la parte di me assente e respingente e quella presente e disponibile. Del resto: la scissione mi appartiene. Sono abituata a nascondere sotto il tappeto, come spazzatura, quelle fragilità e debolezze che minacciano i miei rapporti nel mondo. Poco prima di Natale mi rendo conto che la morte è pronta ma la scrittura mi trattiene: è ancora in uno stato embrionale. Per superare questo ostacolo, ho bisogno di isolarmi in maniera ancora più marcata. Sciolgo quindi l’ormeggio dell’ultima scialuppa di collegamento con i commerci sociali: la collaborazione con il Secolo d’Italia per il tramite della rubrica bisettimanale “Thelma & Louise”. (…) Succede però che quando telefono a Flavia Perina per avvertirla, il mio e il suo dispiacere fanno corto circuito. Mi impappino e per cavarmi d’impaccio mi invento lì per lì una bugia grossa come un cocomero. Dico a Flavia che devo recarmi a Zurigo per un lavoro di lunga durata in televisione. Improvviso, basandomi sulle prime immagini che mi passano per la testa: della Svizzera, paese amato, dove ho trascorso lunghi periodi molto belli assieme a carissime amiche; di Zurigo, città splendida, rivisitata recentemente; della tv svizzera dove, anni fa, ho effettivamente lavorato. Funziona. Poi scrivo l’ultima rubrica intitolata “A Natale si gira il film della propria vita”. Piangendo. (…)
15 gennaio. Malgrado l’apartheid in cui sono confinata, riesco ancora a scaldarmi se mi capita sotto gli occhi una notizia di stupidità umana. Dal Tg2 apprendo che mesi fa l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti ha raccolto soldi per far apparire sui bus londinesi questa pubblicità: “Probabilmente non c’è alcun Dio. Ora smettila di preoccuparti e goditi la vita”. Ora gli atei associati catalani li imitano e, mi pare di capire, vogliono prendere la stessa iniziativa anche gli atei italiani. Sbeffeggiare le credenze religiose in quanto bugiarde è ormai fin troppo facile. E sparare mortaretti supposti essere palle di cannone contro tali credenze, è ridicolo. Gli inventori della pubblicità antifede contrabbandano, infatti, la capacità di godersi come conseguenza della negazione di Dio. Ma quando mai! Ci sono non credenti infelicissimi e credenti felici e persino gaudenti. E naturalmente viceversa. Inoltre il bisogno di un Dio è insito nell’umanità, altrimenti non si capisce perché la stragrande maggioranza degli esseri umani è sensibile a una qualche forma di religione e a dare consenso alle sue proiezioni terrene. I neuroscienziati, che studiano il cervello con strumenti e metodi innovativi, affermano che anche il bisogno di Dio si può comprendere in modo nuovo. (…) Ma per quanto le neuroscienze aprano enormi spazi di conoscenza, mai potranno decretare d’ufficio l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Come che sia, massimo è il pessimismo sull’evoluzione spirituale di un’umanità che non riesce a pensarsi libera se non per negazione/affermazione. Abbasso Dio, viva la Dea Ragione.
Sembra che gli atei riuniti in consorteria, con le loro trovate propagandistiche, ricalchino le orme di Aleksej Kirillov, personaggio marginale ma non poco significativo dei Demoni (prego: accento sulla o) di Fëdor M. Dostoevskij, un romanzo persino ironico, persino spiritoso nel raccontare le gesta di una banda di assassini protorivoluzionari nella Russia degli zar. Kirillov, che parla pochissimo, cammina su e giù nella catapecchia dove abita e non ride mai, vive con la prospettiva del suicidio allo scopo di dimostrare l’inesistenza di Dio. Ma rimanda tutti i giorni. Quando il capobanda, il cinico che più cinico non si può Stavrogin, lo obbliga ad autodenunciarsi per un delitto da altri commesso e poi a uccidersi per intorpidire le acque delle indagini, Kirillov, da buon ateo con l’elmetto in testa, esegue. Ecco: gli autori della pubblicità contro Dio, sono atei con l’elmetto. (…)
26 marzo. (…) Mi piacerebbe morire con alcune persone che amo intorno. Come il cicciottello delle “Invasioni barbariche” triste e impaurito al momento dell’iniezione letale somministrata dall’esperta in droga e in compassione, capace di trovare le parole buone e giuste per consolarlo: “Pensa che in questo momento, in tutto il mondo, milioni di persone stanno morendo assieme a te”. Sarebbe bello se potessi godere di una messa in scena analoga. Ma non è possibile perché il suicidio esistenziale non crea tra il morente e i sopravviventi quei legami reali (buoni o cattivi, accettati o subiti, maledetti o benedetti – non importa) consolidati da secoli e secoli di significazioni. Non dà spazio, come la morte volontaria per malattia o vecchiaia, a forme di coralità.
Le significazioni della morte per suicidio esistenziale vogliono che essa, già prima di darsi, faccia terra bruciata intorno, spogli il suicida dei legami reali e li sostituisca con fantasie e fantasmi sui medesimi. Lo stesso meccanismo fantasmatico coglie gli amici e i parenti del suicida, ma in maniera asincrona: non prima ma a suicidio compiuto.
Fantastico spesso, e arrovellandomi, su come potrei avvertire le persone alle quali vorrei risparmiare per lo meno lo choc conseguente alla scoperta del cadavere. Vorrei parlare con loro, spiegare, magari soffrendo insieme ma per guadagnare insieme conforto. E’ impossibile. Non c’è una significazione consolidata per poter agire quello che intendo. M’impaurisce la reazione che potrebbe avere questa o quella persona, mi terrorizza il ginepraio di parole sbagliate che potrebbero essere messe in circolo, peggiorando per tutti la situazione. Ho paura, una maledetta paura e taccio. Anche se lascio andare le fantasie fin dove vogliono, ché altrimenti potrei andare fuori di testa. Il fatto è che sono troppo consapevole, troppo esigente, troppo veemente. Mi viene in soccorso l’amato Seneca, il quale – vado a memoria – scriveva all’amico Lucilio di ammettere il suicidio ma solo se la propria vita è diventata di qualità così bassa da non permettere di “esercitare la virtù”. Ecco, vorrei esercitare la virtù anche in articulo mortis. Ma è un ossimoro: ho deciso di togliermi la vita proprio perché non potevo più esercitare la virtù.
30 marzo. Dice l’amica-che-sa: “Non lo fare”. La capisco: oggi è l’ultimo giorno in cui ci incontriamo, e da questo momento in poi l’attesa sarà un’agonia, più per lei che per me. Io l’ho messa in conto, e sono già da un’altra parte. Qualsiasi cosa dico aumento il suo dolore. Le esprimo gratitudine per quello che ha fatto e sta facendo per me, ma sbaglio. La faccio soffrire di più. Quando va via ci abbracciamo forte; le dico che la saluto dalla finestra, quella che affaccia sulla strada. Le sue ultime parole sono: “Anche mia madre mi salutava così”. Le nostre madri, sono sicura, ci aiuteranno.
I brani sono tratti dal libro “La parola fine. Diario di un suicidio”, edito da Rizzoli e in libreria dal 7 aprile